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Origini. L’abbazia di Casamari, nel cuore della Ciociaria, ad oriente di Veroli, si presenta al visitatore nella sua austera bellezza, ricca di storia quasi millenaria. Il territorio, nel quale sorge, fu abitato sin dal secolo IX a. C. dai Volsci e dagli Ernici e, nel secolo IV, dai Sanniti, che lo cedettero ai Romani, dopo le tre ignominiose sconfitte. Il nome “Casamari” rivela origini remote: qualcuno ritiene che esso celi radici tosco-umbre, altri lo fanno derivare da “Casa Marii”, con esplicito riferimento al generale romano, Caio Mario, che, forse, qui nacque e dove, certamente, visse la sua famiglia. Anche se è impossibile, oggi, stabilire con esattezza il sito, in questo luogo, infatti, sorgeva l’antica Cereatae Marianae, piccolo villaggio dedicato alla dea Cerere e attraversato dalla via Maria, della quale è ancora evidente un tratto ben conservato. I numerosi reperti archeologici, le arcate dell’acquedotto del periodo repubblicano di Roma, il ponte romano sul torrente Amaseno, punto di transito anche in età medioevale e distrutto alla fine dell’ultima guerra dai soldati tedeschi in ritirata, testimoniano la costante presenza dell’uomo dall’età preistorica alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, quando tutto il territorio si avviò ad una lenta, ma progressiva decadenza. Periodo Benedettino. “Nell’anno dell’Incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo 1005, c’erano nella città di Veroli alcuni pii ecclesiastici, i quali, volendo osservare i precetti del Signore, dissero: Guai a noi che, pur avendo una missione sacra da compiere non conduciamo né vita canonica, né monastica. Che sarà di noi? […] Tali cose meditando e spronandosi l’un l’altro, con taluni laici della stessa città, vennero nel luogo chiamato Casamari ed edificarono una chiesa in onore dei Santi Giovanni e Paolo”. Tale testimonianza, riportata dalla “Cronaca del Cartario”, documento del secolo XIII, fa intuire quale profonda coscienza di sé, all’inizio del secondo millennio, abbia manifestato uno sparuto gruppo di uomini, laici ed ecclesiastici, che, dietro proposta dell’abate di San Domenico di Sora, dettero vita al monastero di Casamari, benedettino all’inizio e sino all’anno 1152. Nella Regola del Santo di Norcia essi riconobbero la guida per trovare la verità della loro vita; ebbero come primo abate Benedetto, al quale seguirono Giovanni I, Orso, Agostino I e altri, che guidarono i monaci sino al secolo XII, periodo illuminato dalla grande presenza di Bernardo di Chiaravalle. Periodo cistercense. Nel 1143 i monaci neri erano divenuti tanto indisciplinati, disonesti e dimentichi della loro anima, che Eugenio III, ritornando d’oltralpe, trovò il monastero di Casamari dai sopraddetti monaci neri ridotto all’indisciplina, dilapidato nelle sostanze e fatiscente nei fabbricati, che incominciò a prenderne cura e vi introdusse i monaci dell’Ordine cistercense, nell’anno 1152 e donò molti beni al Monastero per risanarlo e così, nel predetto anno, per interessamento di Eugenio III, l’Ordine cistercense fu introdotto a Casamari”. Il passaggio al nuovo Ordine, così riferito dalla “Cronaca del Cartario”, avvenne per l’interessamento di San Bernardo, guida autorevole, seppure non fondatore, ospite del monastero tra il 1138 ed il 1140. Da allora fino ai nostri giorni, con alterne vicende, ma quasi ininterrottamente, i monaci bianchi (come furono chiamati i Cistercensi, per distinguerli dai monaci neri, cioè i benedettini veri e propri), a Casamari, hanno attraversato i secoli: tesi a Dio nella penuria del tempo, fedeli alla Chiesa nelle avversità della storia, a volte martiri, a volte taciti testimoni, sempre, però, disposti a seguire il monito: “Ausculta, o fili, praecepta magistri…” (ascolta o figlio gli insegnamenti del maestro). (Testo tratto dal CD ROM: "Casamari, miracolo cistercense" di S. Falconi e G. Columbano - acquisto CD ROM ) |